
There's no Justice. There's Just Us
Justus

Giustino, per gli amici. Un nome, un destino. Da piccolo? Prima che iniziassi le elementari, volevo fare il boia. Poi, è stato scelto per me il percorso del dottore in legge. Il magistrato. Più o meno è la stessa cosa che fare il boia.
Faustus

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Si ringrazia DamaVerde. (damaverdegraphics)Disclaimer
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. Ergo, per stavolta siamo innocenti.[
Autore 1faustus1 alle 17:38
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Non so se tu guardi mai fuori dalla tua bottega. Io si, e sinceramente non so se sia più morto quello che vedo fuori o quello che vendo dentro. A volte, quando il vento soffia di levante, sento perfino le campane della chiesa dove spedisco la mia mercanzia, che siano fiori o che siano inumazioni. A volte, quando non c'è molto movimento e mi siedo senza fare niente per cinque preziosi minuti, mi viene quasi da ridere. Quante vite ho attraversato, manco fossi il diretto delle cinque? Quante vite ho tagliato in due come un binario morto, senza interessarmi di fare fermata in stazioni più o meno confortevoli? Certe volte ci penso, si. Non chiedermi i nomi, lo sai meglio di me che le "innumerevoli Emma" sono, per l'appunto, innumerevoli ed anonime. Non credo neanche di ricordarne più la maggior parte, forse rimosse, forse talmente sciape da non essere notevoli. O notabili, è lo stesso. Come sempre la vera qualità si distingue per la ridotta presenza ed il ridotto apporto nutritivo che lascia. Il quanto, poi, è quasi inutile quanto il quando. La qualità non nausea mai, non rende mai sazi, non stufa e non diventa irritazione dopo poco. Come se fosse possibile trovare la qualità, del resto. E così ci si riduce a diventare nutrizionisti dell'anima, dei rapporti e delle umane vicende. Come per la cucina ricercata, anche i sentimenti ormai vanno serviti in dosi microscopiche su piatti sporchi di condimento. Poco, ben presentato e soprattutto fatto pagare a caro prezzo. Ho già parlato del terzo cassetto dell'anima, quello dove si tengono i coltelli. Ora forse siamo al punto di tirare fuori il carrello dei formaggi. Irrispettoso, forse? L'amore come il roquefort, scuro, brulicante di muffe e dal gusto forte? Aggiungiamoci pure il fatto che, come certi formaggi saporiti, anche l'amore va fatto stagionare del tempo nelle letamaie. O quello è un gusto riservato all'amore idealizzato? Che oramai, a volerla dire tutta, l'amore che trovo in giro sa piuttosto di sottiletta. Light. Va bene su tutte le ricette, dà un poco di sapore anche alle gemme di grano bollite. E' un amore a breve scadenza, o quanto meno si conserva a lungo ma dopo non molto perde quel poco di sapore che ha. E sembra di mangiare sapone. E invece, io che non vado mai a fare la spesa, mi sono trovato nel carrello a gettone qualcosa che il Destino ha voluto mettermi dentro mentre ero distratto a guardare l'ammoniaca. E' vero che le cose non segnate sulla lista sono sempre le uniche cose con le quali tornerai a casa - lo dicono tutte le massaie, si sa - e io mi sono trovato a tornare a casa con due prodotti che non avrei mai pensato di comprare. Sempre i soliti. Sempre il solito noioso che parla di mala erba e compagni di vita che la mia vita, alla fine, l'hanno condivisa poco ma con gusto. Ma parliamo dell'amore, come accennavo prima. Io sono la persona meno indicata per parlarne, dal mio cinico castello di carte e ghiaccioli. Sei tu, l'innamorato della vita. Ah, non corrisposto, ovviamente. Sei tu, che comunque sia guardi sempre avanti con lo sguardo ironico ed irrispettoso di un jolly sfuggito dal mazzo. Io, a metà tra la Donna di Picche ed il Re dello stesso seme, sono finito nella stessa mano di un Fante di Quadri. O di una fantessa, come sarebbe piiù giusto dire, anche se i sessi si confondono ai miei occhi, che non guardano più in superficie ma nel non detto, nel non pensato neanche. L'amore ai tempi del terzo sesso, di quello che si incrocia, s'incastra, cede e acquista molecole che di giorno in giorno tendono ad incasinare sempre più la struttura elicoidale del dna. Ogni giorno mi capita di vedere innamorati di ogni età armati di rosa rossa, i più giovani perchè ci credono, i più vecchi perchè costa meno di un fascio. Potrei contarle, ogni rosa rossa che mi passa davanti mentre guardo fuori dalla mia bottega è come una fitta ai reni. Un calcolo. E di nuovo siamo alla duplicità del discorso "contare - calcolo": la matematica e la sintassi sono figlie gemelle di un parto indesiderato. Chi sa, ripeto, se anche tu guardi fuori dalla tua bottega, di tanto in tanto. Chi sa cosa vedi. Chi sa cosa senti. I tuoi colleghi, le tue colleghe, chi sa se ti trattano bene, se si rendono conto che quello che parla poco, quello lì con gli occhiali che ascolta musica complicata, quello amico di tutti e di nessuno, chi sa se si rendono conto di che persona hanno davanti. Chi sa quando riusciremo a guardare uno nella bottega dell'altro. Fisicamente. Mi manchi, tutto qui. 
Autore 0Justus0 alle 11:29
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Cosa c'è?
C'è che ti conosco da tanti anni, ormai. C'è che ti conosco da cinque anni. Non sono niente, ma non sono neanche pochi. C'è che ti ho vissuta poco, quasi per niente, contando che i momenti più vivi - gli unici? - sono quando hai - abbiamo - uno schermo di mezzo. C'è che i momenti più belli sono quando ti incontro e quando ti saluto, che posso abbracciarti per una frazione di secondo. C'è che non lo so, sono cinque anni che penso a te a fasi alterne. Ti penso, non ti penso. Quando ti sento, ti penso e magono. Quando ti vedo, ti penso e mi viene talmente da farmi mille ed una sega mentale che alla fine sto male come un appestato. Quando non ti sento, riesco a far passare il tempo tra le cose fino a dimenticarti, a non averti nei miei pensieri neppure per sbaglio. Quindi, cosa c'è?
Ci sei o no? Sei un tarlo fastidioso, una scimmia appesa ad un ramo che mi dondola nel cervello. Ci sei, o no? Ti penso quando sei nei paraggi, ma passano mesi senza che io ti senta o provi lo stimolo di sentirti. Forse non sono ancora autolesionista a questo punto. Ti devo vivere in piccole dosi, ho questo amorodio per te, che mi rende silenzioso quando ti ho davanti, mi blocca la risata e mi spegne il cervello per la tensione. Eppure, ci sei o no?
Non ho idea di cosa sia quel qualcosa che mi avvelena. Non sei bella, vivi troppo nella tua intelligenza per essere una compagnia rilassante. Fumi molto più di me, sei quasi fastidiosa con questo vizio di accendere una sigaretta ogni venti minuti. Collezioni oggetti improbabili e sei appassionata di cantanti e serie tv capibili forse solo da un esperto.
Eppure, eppure...ogni volta che ti vedo, alla fine vorrei solo quello che ci è sempre mancato, il contatto fisico. Ma temo sia solo questione di discorsi e idee più o meno in comune a rendermi attraente, platonicamente parlando, ai tuoi occhi. E io, ogni volta, mi sento una ferita che mi lascia a morire come un cane travolto da un'auto. Lentamente, fino all'oblio.
E ti dimenticherò per un altro po', ma intanto questa sera ho il maglione che ha un odore nuovo, e mi fa piangere.
Sistemerò i miei casini coprendoli con la sabbia.

Autore 0Justus0 alle 01:17
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Dell'approssimarsi alla terza età e di altri misfatti
[No, non me lo sono dimenticato.
Come potrei? Del resto, l'estate è sempre gravida di lavoro, di novità, di fatica, sudore, polvere ed allergeni. Come ora, dopo due ore passate a brontolare, il cielo si è deciso a far scendere la pioggia tanto attesa, promessa mantenuta. Non me lo sono dimenticato, fratello mio.
E non ho neanche esaurito i convenevoli ma...quelli, quando mai ci sono stati? Abbiamo mai fatto complimenti, noi? Anche a costo di essere brutali, anche a costo di sembrare antipatici...ci siamo sempre detti tutto. Nel peggiore dei modi, forse, ma di per certo è l'unico modo che conosciamo - che conosco - per essere diretti ed immediati. No, i giri di parole non possono esaurirsi, visto che non siamo mai partiti su quel binario. Allora perchè questo ritardo? Perché. Non serve che te lo dico, lo sai: sono i soliti numeri di cui parlavamo l'altra sera, del resto. Cosa cambia da un 206 ad un 600? Uno svarione numerico, lo stesso che mi può giustificare se dò un 30 al posto di un 27. Poco conta un 7 invece di un 6, visto e considerato che almeno una costante c'è, ed è la coordinata che ci segna ormai che siamo vecchi, troppo vecchi per i progetti che si facevano in media dieci anni fa. Ma mai troppo vecchi per essere sempre noi. Mai troppo vecchi per i nostri codici cifrati, come i peggiori pizzini mai visti. Mai troppo vecchi per riprometterci ogni volta che "finchè donna non vi separi" per noi non esiste.
Sta grandinando, l'aria del resto lo prometteva.
E qui, appollaiato alla mia postazione come il solito buon vecchio Ebenizer Scrooge, ascolto i ticchettii della grandine, così simili agli stessi suoni che faccio io battendo sulla tastiera, come una dattilografa d'altri tempi. Possibile che faccia lo stesso tempo anche da te? Non credo, fratello mio. E questo post inconcludente, senza un filo logico, a cosa lo devo? A niente, se non alla voglia di farti sapere cosa già sai: non mi sono scordato di te.
E' che ormai definitivamente i numeri non contano più niente, se non quelli che salgono e scendono in un termometro.

Autore 0Justus0 alle 23:05
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Vanno via, e non tornano piu'.
Non danno neanche il tempo di chiamarli.
E non lasciano niente, non scrivono
dietro il mittente...
e nelle stanze trovo solo
luci spente.
Sapeste che pena,
per chi organizza la scena:
restare dietro al banco come un
cane con la sua catena.
(da Il portiere di notte - E.Ruggeri)
A volte capita di fermarsi a pensarci su. Anche per chi ha lo stomaco foderato di plastica ed il cuore probabilmente avvolto in alluminio e conservato in freezer. No, è un congelatore dallo sportello in acciaio, dal piano estraibile che così dolcemente, chetamente, scivola sui suoi binari. La morte è un business certo, più redditizio dei panettieri e più legale della prostituzione. Eppure, eppure...
Dieci, cento, mille morti anonime, amorfe. Persone spente, nulla più. Toni solo leggermente più grigi, o più gialli, a cui rapidamente si passa un velo di colore prima di coprirli con il tulle. Mani adunche, mani fredde, ma mai quanto le tue che da sempre sono gelate, anche nel cuore della notte, anche quando pensi a tutt'altro e le scaldi tra quelle di lei, che si addormenta sempre prima di te, e ti lascia solo con la luce spenta. Ci sono morti e morti.
Si dice che non si deve parlare male dei morti, forse nessuno pensa mai che la morte non ti eleva in automatico allo status di santo inviolabile. A che pro, considerando che tanto si bestemmia anche dio? Perchè dover dipingere in toni rosei il "caro estinto", anche quando si tratta di un pezzo di merda che ha solo reso un servizio all'umanità a morire? No, non è del defunto che si parla male, perchè è solo un pezzo di carne fredda in avvio di decomposizione, come una salciccia dimenticata a lungo in frigo. Si parla di quello che resta. E restano le azioni, a vibrare nell'aria come l'ultima nota di un concerto per pianoforte. Rimangono lì, in attesa dell'applauso o del tiro di pomodori marci.
"Era tanto una brava persona"
Parole prive di senso. E tu, nel tuo lavoro che ti priva di occhi, orecchie, sentimenti e gradi corporei, sei poco più che un complemento della camera ardente. Senti sempre lo stesso ordine di frasi, modi di dire, parole standard per tutti. Era tanto una brava persona. Sono i migliori che se ne vanno. Era la sua ora. I tuoi cari.
I tuoi cari che non vogliono fare la figura dei pidocchi lasciando sguarnita la lapide, ma non vogliono spendere una lira di più sapendo che gli epitaffi si pagano un tanto a lettera. I tuoi cari.
Ho conosciuto persone che avrebbero di sicuro trovato più verosimile trovarsi scritto "i tuoi cani", considerando il benservito degli eredi. Ho conosciuto persone che avrebbero dovuto trovarsi scritto "e ora sono tutti cazzi tuoi", sapendo la lista di cattiverie commesse in vita. Ma, tanto per fare della retorica, è sempre così. Da morto anche il più stronzo dei figli di troia merita rispetto, e la più buona delle creature passa in secondo piano, perchè è tanto più interessante usare la veglia funebre per tagliare i colletti. Ho visto figli e nipoti fregarsene allegramente delle esequie del "caro estinto", chiacchierando e ridendo durante le funzioni e spartendosi gli averi tra l'inumazione ed il pranzo.
E ho visto persone che lo meritavano, che lasciavano un vuoto di aria aperta e libertà. Ho visto eredi sorridermi con aria timida, come se io fossi nella condizione di giudicarli come un angelo dalla spada fiammeggiante e dalla cravatta nera, pronto a criticare un ottimistico senso di novità, di nuovo inizio. Morti stronzi da vivi, che continuano a restare stronzi anche sotto terra. Ma era tanto una brava persona...
Ma ho visto persone portate all'ultima fermata come si porta un rifiuto extra large alla discarica. Rapidamente, sbuffando, già pensando al nuovo ordine in casa. Persone che per tutta la vita hanno occupato mitemente il loro posto, utili e silenziose come quei vecchi divani ingombranti e sempre fuori moda. Sono quei morti che spesso, per la legge dell'ingiustizia umana, finiscono dimenticati. Che se ne vanno lasciando i figli sollevati dalla seccatura di dovergli dare una mano. Che liberano i nipoti dall'obbligo di andarli a trovare dieci minuti a settimana. Che vanno via in punta di piedi, per non dare fastidio. Che si sono spezzati la schiena tutta la vita, per cosa? Per "i tuoi cari" inciso sulla lapide. I tuoi cari a cui hai dato sangue, sudore e ore di sonno che contano e dividono i tuoi oggetti, le tue memorie, spesso buttandole senza riguardo. Morti silenziosi per i quali si porta il rispetto di rito, perchè si costuma così, si fa così.
E così capita, a volte, di dare un nuovo senso alle parole di una canzone sentita mille volte. Parole che, a rileggerle, si adattano così bene anche ad un becchino.
Vanno via, e non tornano piu'.
Non danno neanche il tempo di chiamarli.
E non lasciano niente, non scrivono
dietro il mittente...
e nelle stanze trovo solo
luci spente.
Sapeste che pena,
per chi organizza la scena:
restare dietro al banco come un
cane con la sua catena.
(da Il portiere di notte - E.Ruggeri)

Autore 0Justus0 alle 00:00
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Sono stanco, stanchissimo. Direte voi: sei relativamente giovane, non è un po' presto per essere stanchi? Dico io: avete ragione, ma resta il fatto che io sia stanco.
Sono stanco di essere così comprensivo con tutti, e mai compreso da nessuno. Stanco di sentirmi solo anche quando non sono solo (per rivoltare la frittata a Jovanotti). Stanco di aver voglia di dire, tanta voglia di raccontare, spiegare, descrivere e non avere qualcuno che stia ad ascoltare... o avere chi fa finta, ma fa poca differenza. Stanco di essere logorroico a vuoto, insomma. Stanco di sentirmi le lacrime di nuovo alla ribalta, come un tempo... vedere la durezza costruita sgretolarsi e formare una fanghiglia, una malta che non può tenere insieme i cocci di questo periodo. Mi passa la voglia di svegliarmi: brutture fuori, brutture dentro. La più grande delusione di una vita, da scoprire e riscoprire giorno per giorno: un fratello ritenuto speciale e amato, troppo... così indifferente, così stronzo, così scostante, così egoista e... mortificante, umiliante.
Sono stanco dell'altruismo. Stanco dell'essere tutto sommato "buoni" cattivi, in un mondo in cui la cattiveria è ben altra cosa. Stanco di fare il diplomatico, il messaggero, il consigliere, il veggente e il giudice di pace (metaforicamente, non se ne abbia a male il mio socio). Stanco di questa rinnovata fragilità. Stanco di un'assenza inspiegabile, il sapere che manca... ma ignorare "cosa". Stanco di tessere la tela, stanco della pazienza abusata, stanco dell'attesa infinita. Stanco di costruire ponti, di saldare crepe, di cucire insieme materiale umano incompatibile.
Stanco di provarci.
Un vuoto a perdere.
Autore 1faustus1 alle 11:32
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Porca eva, sto ragionando con l'utero.
Ma di chi?
Autore 0Justus0 alle 21:45
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Mort, guardando il calendario ed il pc, ridendo sguaiatamente da solo.
"TI PREGO, fai che non mi inviti..."
Autore 0Justus0 alle 21:44
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Mort, guardando il calendario ed il pc, parlando da solo.
"Se Sara non mi invita alla sua laurea, sono giustificato a non invitarla al mio matrimonio."
Autore 0Justus0 alle 21:43
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Premetto che io, il mio, l'ho già provato.
L'ho fatto quando l'ho comprato, e presumo stia ancora lì, nel suo cassetto, ad un anno e dodici chili di distanza dall'ultima volta che me lo sono messo.
Che mai ho da titolare un post su questa stupida, stupidissima piaga sociale ciclica come i pidocchi e le cisti ovariche? Perché è periodo, come c'è la fioritura degli iris, dei gigli, delle peonie e delle ortensie tardive, così c'è anche un'ennesima fioritura. Quella delle stronzate femminili come "la prova costume". Passi regolarmente dieci mesi ad ingozzarti, a modellare la sedia con l'impronta del tuo statico, cellulitico e lievitato culo...e poi cerchi la soluzione ideale per andare in spiaggia e non venire additata dai bambini al grido di "mamma, mamma...un tricheco spiaggiato". Grido più che realistico e forse più che altro indirizzato ai tuoi baffi e ai tuoi denti sporgenti, non tanto alla tua mole. Già, perchè tutte si preoccupano molto prosaicamente delle loro chiappe, e mai di curare ipertricosi facciale e varie ed eventuali anomalie nella chiusura dentaria.
Così, vedrai in spiaggia culi relativamente guardabili, ai quali si abbina un sorriso degno dei peggiori momenti di Gaudì, ai quali è stato sovrapposto un fermo immagine di Dalì o, baffi per baffi, di Gino Cervi. La prova costume sta assillando tutti i blog e i forum che inneggiano alla magrezza come ragione di vita e come stile di vita. Blog le quali titolari trovano grazia e bellezza nelle figure spigolose di Marta Cecchetto. Blog con diete e meticolosa, mortale precisione nell'annotare il loro percorso calorico, con dosi e tutto. Diete settimanali a base di carne ai ferri e verdura cruda scondita. Il tutto accompagnato da blandi lassativi o "rompifame" ipocalorici come granite, sedani e carote. Inutile dire dove io credo che le carote vadano inserite, in certe persone. Gioverebbe di più, farebbe sentire più amate e meno complessate. Ho appena dato una scorsa ad un blog di questo tipo, con l'ennesima dieta miracolosa che, sommando tutti i pasti di tutti i giorni, equipara l'apporto calorico che assumo io in un giorno di scarso movimento. Già, il movimento: oltre a queste diete estenuanti, coronate dalla nota "da ripetere per massimo due settimane e poi sospendere" (forse per non subire un tracollo?), c'è anche un preciso laboratorio ginnico da seguire. Palestra, piscina, corsa...forse non si muovono abbastanza sul lavoro che hanno bisogno di fare altro movimento, per di più a pagamento? Non lo so. Sono io forse il solito cinico che vede questi percorsi come grandi passi sulla via della tumulazione, o forse sono il solito egregio bastardo che pensa solo al lavoro (quindi, alla tumulazione di per se' stessa).
Tutto ciò, mi porta a pensare con...che termine potrei scegliere? Ironia? Disgusto? Acredine? Insomma, penso a chi i chili li perde fino a sembrare malato, come chi i chili li ha persi e avrebbe volentieri fatto a meno di doverli salutare. Ragazze un tempo belle e sane, dannarsi e struggersi per scendere ad un peso non indicato per la loro costituzione al punto da sembrare figurine di cera succhiate dalla morte. Ragazze che cercano di dimagrire per perdere quell'inestetico sedere "a portaerei", al punto da arrivare ad essere misere ombre ossute fino al punto vita, per poi scoppiare di salute nei fianchi prosperosi. Ragazze un tempo vive e normali diventare segaligne e quasi cianotiche pur di ostentare la taglia 40.
Come erano belle, quando avevano le linee sane della femminilità.
Non credo che nessun uomo sano di mente potrebbe trovare piacere a stringersi vicino un memento mori così preciso.
D'altro canto, la magrezza a tutti i costi si riversa imperiosa anche su chi magra non lo è. Jeans di due taglie in meno, a vita bassa, che scoprono salcicciotti a giro vita e strizzano chiappe in modo indecente. Magliette che sembrano rubate al fratello minore, dalle quali tracimano seni e ventri mollicci. Per la miseria, non esiste più il culto alla persona? Non esiste più l'arte di vestirsi per valorizzarsi, e non per enfatizzare i difetti? Meglio una donna prosperosa ma vestita fuori moda, che una strizzata e ridicolizzata da questa moda "under 45 kg".
Che, dire 50, si è già obese.

Autore 0Justus0 alle 19:43
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Un saggio consiglio
Preferisco tacere e passar per stupido, piuttosto che aprire bocca e toglier ogni dubbio. (Oscar Wilde)Necrologi
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